CONVERS(az)IONI in SICILIA:

Lamenths and Triumphs dal Tevere a Màkari di Tracce

                              CONVERS(az)IONI in SICILIALamenths and Triumphs dal Tevere a Màkari         di Tracce                

                              
n.1 Màkari
di sacri furori arsi 

Siamo qui ad abbandonarci ad amene chiacchiere da bar sul tema delle anticipazioni, avvisi, ammonimenti che, di voga in voga, accompagnano l’addio/avvio delle serie tv ra(gl)iane: sull’addio si basa l’avvio.
Sicilia come pubblicità in tempo di Covid19. Venite, venite, stiamo bene, anzi benissimo, guardate che cielo, guardate che mare, meno le montagne, non siamo abituati al freddo e alla neve che da millenni ogni inverno coprono paesi paesini e paesotti delle Madonie, dei Nebrodi, Iblei e, immancabile cartolina natalizia, l’Etna che insanguina con striate roventi e fumanti e scoppiettanti il manto bianco per la gioia degli sciatori. Quando mai è mancata la neve in Sicilia, ma ogni anno ci si stupisce del freddo, del gelo, delle nevicate, degli autobus che non collegano. E allora via, con la cartellonistica, le spiagge ustionanti, meravigliose, che ci scaldano in inverno, quelle inedite (?) del trapanese e chi sa com’è che le conoscono tutti, da San Vito Lo capo alla riserva dello Zingaro, da secoli Scopello è famosa, e così Custonaci per le cave di marmo, poco  più in là Scala dei Turchi e le isole Pelagie per Lampedusa  e quando il turismo diventa di serie exxxtrazeta, vedi quello in toto della costa isolana, settentrionalorientaloccidental tirrenica, Cefalù inclusa, chisseneimporta, se si costruisce come in tutta Italia, su falde, terreni franosi, argini di fiumi, confini, demanio e via così, chisseneimporta.
 Oh quante belle imprese, Madama Sicilia,
oh quante scese a mare, madama Sicilia,
in sede demaniale!  In sede demaniale!
e se le abbatterete, Madama Sicilia,
noi ce ne sbatteremo, madama Sicilia,
minchia, le rifaremo.
 
E entrano, a piè pari, le case editrici, se per buon peso, le serie sono tratte da libri dei loro autori.
E questa, se non è chiaro, è la prima delle convers(az)ioni di tracce in Sicilia umilmente agganciate a Vittorini: entra Màkari, esce Montalbano e vanno via Ragusa, Scicli, Modica e il barocco, ma nessuno ci crede. Il gloriosissimo commissario Montalbano, per la verità dopo tanti anni un poco stanco, portato in spalla alla fama da un bravissimo Zingaretti che, tuttavia, avevamo ammirato in ben altri film impegnati e di successo, e quelli possono essere abbattuti solo a colpi di memoria corta. Su questo addio parte e subito viene presa in contropiede, la nuova serie, con paragoni in anticipo e chi sa se il Lamanna di Gioè ci farà dimenticare il Montalbano di Zingaretti, tenuto conto che MontalbanoZingaretti è romano e GioèLamanna da palermitano non ha dovuto faticare quanto l’altro, per l’accento. Come fosse una colpa che un attore, diplomato all’Accademia d’arte drammatica di Roma, sia meno bravo sol perché ne è dotato per dna. Capito Gioè? Basta un paragone tra accenti per definire la maggiore o minor bravura: (da 1 a 10).
Vedi tu a che punto siamo.
Dice Gioè che il personaggio gli si attaglia, Lamanna torna al suolo natio come Gioè, dopo anni di Roma. Basta Roma, che cos’è Roma, bosco e sottobosco capitolino, disincanto sconfitta vittoria dolcevita stantìa.
Gaetano Savatteri, autore dei racconti e romanzi dai quali discende, trae spunto, la serie tv: Lamanna entra con me per giuoco di specchi, asserisce, servendo nei racconti portate ricche di divertimento e continua augurandosi che non lo surclassi dato che hanno lo stesso editore, perché Lamanna è un mezz’età colto, rientrato in Sicilia dopo una bella vita spesa in Roma come portavoce di un sottosegretario e poi scacciato in tronco per una svista pigra. Non è lo stanziale tipico, per sua natura affetto da impietrimento cronico.
Condannato dal suo cognome a fonte di aneddoti per via della manna, prodotto madonita, estratto dal fraxinus ornus che abbonda nella zona, utilizzato in pasticceria.
Anche Savatteri vive in Roma, ha vissuto ai piedi della Madonnina, siciliano disincantatodoc, colto romanziere di buon successo.
Nella convers(az)ione entra in scena un altro personaggio mezzo siciliano mezzo pugliese, per via paterna e materna, la cui nascita avviene in Roma dove risiede, conosce bene la Sicilia e ci torna di frequente in una casa di famiglia, sita in un centro storico e un’altra in zona preparco madonita e, soprattutto, gode di una torre diruta in contrada Calura  (anche con K come Màcari) a picco sul mare da un promontorio direzionato di qua Palermo di là Messina.
                                                       
Convintissimo, quest’ultimo, del fatto che la Sicilia la si conosce bene e la si ama ed apprezza mettendo di mezzo un certo numero di km, meglio quasi mille, distanza ottimale, da Roma.
Due di questi personaggi hanno in comune il giorno di nascita: nati il 7 giugno, giorno bellissimo sfavillante di mercurio, metallo velocissimo, in perenne movimento, di impossibile cattura. Nell’ipotesi improbabile di una presa di mano, che fai, lo infili in una scatolina, lo imprigioni? Cosa speri mai: lo spirito mercuriale scivola via irraggiungibile.
Una certa cultura in comune, un certo numero di libri letti, un certo amore per Vitaliano Brancati, Leonardo Sciascia, uno dei due certamente per De Roberto e spera che anche l’altro lo ami, perché ha raccontato la storia di Sicilia e d’Italia in modo ineccepibile, (vedi anche il bel film tratto dal terzo tomo del romanzo, I Vicerè , protagonista Alessandro Preziosi); dalla prosa stringata e i dialoghi scarni e “impressive” si deduce, per l’altro, l’amore per Hemingway e sotto pelle nei romanzi serpeggia la poesia di Neruda e tanta voglia di cinema e musica e di panettone Fiasconaro inventato a Castelbuono ignari che è già stato inventato a Milano dove, tra l’altro, il prezzo è molto minore. Costo accertato Euro 5/6 rispetto all’invenzione non invenzione del Fiasconaro da 10 in su. Evviva!
Savatteri è un romanziere prima che giornalista, mentre oggi sono tutti giornalisti che si cimentano romanzieri.
In Savatteri ci starebbe un pizzico di Luigi Malerba o Tommaso Landolfi, ma c’è sempre tempo, e ci si diverte molto coi suoi dialoghi a botta pronta, col personaggio innocente e sapiente contrapposto al caustico protagonista che se non spara una battuta al minuto e perle di letteratura, rimarrebbe irrealizzato. E i personaggi femminili della Palermo bene, con l’accento un po’ nasale, strascicato miagoloso dove tutti quelli che hanno una grande famiglia e in Sicilia l’eccezione è rappresentata da chi non l’ha, trovano la zia acquisita al di sopra degli altri di una spanna, colei che difende a oltranza e fa riflettere, e preti e sbirri equamente divisi fra in gamba e no. Il tutto frammisto a bollicine di irridente leggerezza. Riusciranno regista, sceneggiatore, produttore, attori a renderlo e a svilupparlo in modo ottimale? Ritengo il protagonista sincero quando dice che si augura di avere un minimo del successo che è stato riservato a Montalbano. A Gioè, io personalmente di persona, gliene auguro molto, perché lo merita, perché si tratta di prodotti diversi, di un testo che ci fa ridere perché ci ritroviamo in molte situazioni, e nello stesso tempo ci induce a riflettere su noi stessi, sulla cronaca attuale, sui cretini che non riusciremo mai a eliminare se non con un radicale metodo erodiano, e ne vale la pena? Se poi non rimane nessuno.
L’attore, ricordiamolo anche in teatro, ultimo allestimento e regia, Marat-Sade di Peter Weiss al Biondo di Palermo.

                                        
E’ persona estremamente riservata, mai invasiva sul set degli spazi altrui, che ha interpretato un Totò Riina, in anticipo sui tempi, criticato perché pregiudizialmente giudicato – ipocritamente - appetibile ai giovani e rende quell’orribile ente che è la mafia seducente e il male, per dire, fruibile, dimenticando quanto può ammaliare il potere mafioso e quanto denaro scorre accanto a giovani disoccupati e vogliosi che ne vanno in cerca, a mo’ di novizi monacelli.
Il male si copre, dice papa Francesco: si ammanta di sfarzosi sfavillii di strass, velluti morbidi e damaschi pregiati, sfocia in correnti odorose di trenta denari, denaro più denaro meno, scie di potere, affari, pizzini, colletti candidi, tecnocrazia. Chisseneimporta di Shakespeare e di pane e libertà, di vicerè e viceministri, di Giulio Cesare, Marc’Antonio e Augusto, Falcone, Borsellino, Boris Giuliano, Ninni Cassarà e lo stuolo infinito dei morti sparati o esplosi. Tutto passa, non c’è cura di Franco Battiato che tenga. Resta il Potere sostenuto da denaro. In riciclo senza soluzione di continuità. Resta la lotta. Estenuante.
E se non si è in grado di spiegare con l’esempio, la tentazione è di levarci mano.
Quello stesso attore, Claudio Gioè, ci ha regalato preziosi fotogrammi, ne I cento passi, La meglio gioventù, La storia di Mario Francese, e Sotto copertura, Passeggeri notturni, il Sistema, Squadra antimafia Palermo oggi che ha interpretato per due stagioni, le migliori di tutta l’interminabile e via via peggiorata saga, Il tredicesimo apostolo, per citare solo qualche titolo, mentre è da incorniciare in nero Vite in fuga, dove in un’improbabile vicenda le donne stanno sempre col fucile imbracciato, forse perché le donne sono così, avendo finalmente raggiunto coscienza e parità di genere con certi improbabili uomini d’azione, e gli uomini piagnucolano sulla vita amara e sui guai dell’esistenza, dei tradimenti, correndo di qua e di là a cercar di riparare improbabili danni, e ragazzi in crisi di separazione da giovani amori e indirizzi di vita agli albori, in preda a patologie, probabili, di dissonanza cognitiva, si schierano dalla parte femminile, non più partecipi di animus e anima di junghiana memoria, ma solo dell’anima di mammà, a dispetto dell’essere umano e dei suoi simboli.

Va di pari passo, in tema di giudizio pregiudizievolmente nutrito, la condanna del film di Mel Gibson che mostra un uomo piagato, torturato, sanguinante e sfinito a preferenza di tradizioni e narrazioni edulcorate, agiografiche della Passione di Cristo. Non c’è differenza, per dire.                                          
Ed eccoci al fatto dei siciliani che vanno via, menti in fuga dalla Sicilia, dove non c’è lavoro e vi ritornano dopo anni perché si torna sempre sul luogo del sovranismo a oltranza, e non è un luogo comune, siciliano, che qualsiasi muddica di vago sentore siculo è la migliore del mondo, ogni canterino casalingo che riceve un premio è Vanto e Onore di questa terra e viene da pensare: ma Pirandello Luigi da Girgenti contrada Kaos, che ha vissuto oltre confine (siciliano) e ha insegnato oltre confine (italiano) e ha avuto casa in Roma, dove oggi ha sede un museo a lui intitolato, (a pochi passi, basta attraversare la Nomentana, da chi scrive) come si esprimerebbe in proposito?
 
La prossima non sarà una convers(az)ione in Sicilia, copiando senza pudore Vittorini e la rubrica di Serena Uccello, ma quella reale e possibile a tu per tu con le opere di Luigi Pirandello o Federico de Roberto e molti altri. Con saggia umiltà.
E magari con un’entrata da punire con cartellino giallo, di Gaetano Savatteri, per svegliare dall’intorpidimento tonto.
Quesito : Quanto vale ed è giovevole per menti siciliane fugare (immetto da “fuga” nella lingua italiana, un neologismo nel senso di scappare) e, sulle note di “ paese mio che stai in Madonia o in Zingaria”, finire con “paese mio ti lascio e vado via” con l’intento di disboscare la flora capitolina o assaltare il panettone milanese dopo aver reso onore a quello castelbuonese  toujours inconsapevole di essere stato inventato al seguito; ma di che dibattiamo? Montagna madonita.
Dove esisteva un posto in territorio Geraci Siculo, denominato Ristorantino, gestito familiarmente da due giovani rientrati dalla Germania che offriva cose buonissime e che, in absentia della Dea Startup, non startappò, tuttavia ogni volta che si tornava per un saluto, anche in tempo di Pasqua o di Natale, ci si ritrovava ospiti alla mensa dei genitori, dopo che i due giovani erano ri-riscappati verso contrade lontane. In realtà, è successo anche sulla strada di Gibilmanna, un Natale, con relativo scongelamento di porzioni di rinforzo per la brace, perché il mitico Spaccio era chiuso, causa inverno, e si aprì per affamati, in famiglia. Sempre gente di montagna madonita.
 
E, punto due o tre, è giusto tornare per fondare una hollywoodiana impresa tutta di siculi ? Presi da nostalgia canaglia? Credetemi ne ho le prove sulla pelle, meglio mantenere quel minimo di distanza - che sono, per dire, quei 900 km da Cefalù a Roma – e continuare  a guardare tramite obiettivo binocolo, l’atmosfera  ghiacciata da freddo boia d’inverno, tipo quella da Marmolada in casa del nonno tra bracieri incandescenti nelle stanze dove i soffitti superano i tre metri e aggeggi vari contenenti anch’essi brace, nei letti a tentare di asciugare lenzuola fumiganti di umidità o nella casa di campagna in contrada Mazzatore, sempre ai tempi del nonno, su materassi di foglie di mais, o con temerarietà ai piedi di una torre che, a dispetto dei secoli, si sforza di stare in piedi in contrada Calura (forse anche con k), situata a picco sul mare, abbinata a un bunker della seconda guerra mondiale in perfette condizioni perché non ha mai visto ombra di guerra.
Oggi ci siamo organizzati meglio: ci sono sempre arrampicatine sui tetti con le tipiche scale per la raccolta delle olive, a rimettere a posto tegole, o soste con la maniglia in mano da una parte e il tonfo pesante, dall’altra, dell’omologo pezzo di porcellana che perde una scaglia in più precipitando in terra e tentare di risolvere il problema, a notte fonda, di infilarsi nel letto ubicato con relativo piumone, oltre la porta chiusa o balzare all’indietro quando dal lavandino dove si sta cercando di ottenere, tramite rubinetto, un liquido chiaro, schizza fuori un millepiedi di quelli grossi che fanno scappare all’aperto, col fiato mozzo. O girare la chiavetta della bombola, esterna, il metano qui si è fermato a metà strada Ferla, senza risultato e sentire la leggerezza della bombola il cui cambio non è stato effettuato prima della partenza frettolosa e fiduciosa. O, ancora, premere il bottone, da casa, per l’accensione del motorino che dovrebbe consentire l’arrivo dell’acqua dal serbatoio: silenzio morto. Andar fuori di fretta, di notte, si arriva sempre con lo scuro, col telefonino predisposto su torcia, quella vera naturalmente ha le pile morte anch’esse, e scivolando in salita su tre gradini, scivolando in discesa su altri tre e andar giù a slittino ai piedi del sorbo, sede del motorino protetto da un casotto. E dov’è la chiave del lucchetto? In casa. Copia e incolla quanto sopra e dopo aspre battaglie contro l’edera invasiva, aprire lo sportello, telefono tra i denti, smanacciare le ventole, lavorare di fino col cacciavite sulla ruggine, sui pulsanti, premere e ripremere, si accende una spia, gridare a chi è dentro di aprire il rubinetto del bagno, è quello più vicino, e aspettare il miracolo.
Qualche volta si compie e qualche altra no. Nel primo caso si fa festa a vedere il rigagnolo marrone che per diventare chiaro consuma metà serbatoio, nel secondo ci si attacca alla riserva di acqua minerale scaduta. Anno 2020, vedremo nel 2021 se riaprono le frontiere e, passaporto alla mano, si farà ritorno in Sicilia, contrada Mazzatore, evitando Cefalù, proiettati dalla circonvallazione verso la Ferla. A vicolo Saraceni, domani. E’ un altro giorno: lì l’acqua arriva via acquedotto, sempre marrone e solo a vedere il filtro vicino all’allaccio viene lo sconforto. E si verificherà che l’ingresso a topi e scarafaggi dal cortile, sia ancora interdetto, si prende nota della muffa sulle pietre e di quanti tubi necessitano di riparazioni. E aprire e dare aria, specie agli armadi. Tanfo di umido, macchioline di giallo, qualche buco nei maglioni, svuotare le bacinelle dei sali, convertiti in liquido pesticida. Ma, riservato al domani, si è detto. E per il gas metano, la solita mezz’ora di attesa, accendino in perenne funzione, che le bolle d’aria smettano di giocare e diano il via libera.
Grazie per aver divulgato situazioni simili, Savatteri Gaetano o meglio Lamanna Saverio.
 
E anche qui, tornando, è sempre preferibile mettere quei sei chilometri di distanza con la città - eufemismo – agglomerato seminormanno di 12.000 abitanti, mentre nel preparco madonita, la popolazione siamo noi in qualche ettaro di cinghiali con bosco. E si cerca il posto dove c’è campo e si cammina col tablet a mo’ di contatore geiger, e ci si inerpica per riuscire a tenersi in contatto e poter dire a chi è sceso a fare la spesa, guarda che è terminata e ho dimenticato di metterla nella lista quella cosa che ami tanto e se non ce l’hai poi stai di malumore fino a quando non ti tocca scendere a fare di nuovo la spesa.
Ma sono solo periodi e poi si torna a Roma e si ricomincia a soffrire di nostalgia canaglia.
Gaetano Savatteri, lei non sfugge alla prossima. Lei, nato il 7 del mese di giugno, come me e chi sa quanti altri, mi ha imitato o forse papà e mamma suoi hanno imitato i miei, ma diversi anni dopo, per cui la prima esclusiva del 7 giugno ce l’ho io. E manterrò le distanze, perché è sempre meglio non avvicinare le persone che amiamo per le loro opere letterarie o artistiche, robetta come musica, libri, film, teatro, opere di arte figurativa e no, esperti di cucina, vini e superalcolici, meglio goderseli a giusta distanza.
 
Punto 4 (forse), chi sa, ho sentito porre questo quesito ancor prima dell’inizio della messa in onda, se ci sarà una stagione 2 di Màkari.
Risposta: deciderà il pubblico.
                        
E finalmente ho capito, io nel mio assordante puro candore, che non sono il pensiero alto, makari la didattica, la cultura e simili, a decidere, per lo meno makari in RAI, ho capito perché si programma tanta posta, tanti approfondimenti  tutti uguali nel male e nel peggio, poco teatro, tante isole, tanti amici nemmeno fosse facebook, tanti film americani di serie exxxtrazeta o degli anni dal primo novecento in scadenza, noti fotogramma per fotogramma, ohssignore pietà, basta imperdibili, oramai evergreen disseccati, canzonette su canzonette, litanie su litanie, latitanti di note musicali, performers che performers non sono, ma brutte copie di brutte copie di brutte copie di brutte copie della prima originale bella copia.
Makari fussechefusselavoltabuona e Michele Soavi e la Palomar…….e grande fortuna all’artista, uno per tutti.                              Màkari
La convers(az)ione  in Sicilia n.1 finisce qui.
Ho rotto, lo so, i tasti.
E dove lo trovo in tempo rosso Covid19 un melaggiusti………………………….
                               
                      
                         

 

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